Tenere i soldi sotto al materasso. Conviene veramente?

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“Caro Direttore, sa cosa farò ?  Terrò i soldi sotto al materasso…”. “Tenere i soldi “sotto il materasso è una scelta di risparmio che si rivela quasi sempre sbagliata. Prima di tutto, esistono investimenti di fatto ben più sicuri, perché  una banconota  non rende nulla mentre, di solito, i prezzi aumentano. I risparmi, quindi, non si conservano ma si erodono più o meno rapidamente, in ragione dell’inflazione, del rischio di furti o distruzione…

In questo inizio di Terzo Millennio molti punti fermi  vacillano:  la scelta del contante risulta meno irrazionale. In Italia e nell’area euro. Da qualche anno l’inflazione sembra sparita, mentre in alcuni casi si manifesta una blanda deflazione.

Lo scenario e l’inflazione

Analizzando il panorama dei Mercati, investimenti con un livello di sicurezza accostabile al contante offrono interessi nulli o addirittura negativi. I Media affermano che nel 2015 i prezzi al consumo italiani sono saliti dello 0,1%. In Area UE non va molto meglio. Quindi, cento euro di un anno fa equivalgono a 99,9 euro di oggi: per chi non vuole rischiare nulla uno scambio accettabile. Per i rendimenti, invece, è un altro paio di maniche.

Come si comportano a tal proposito i big della finanza mondiale, che si trovano per di più alle prese con i tassi negativi applicati ai loro depositi presso la Banca centrale europea? Su larga scala i problemi sono, quasi, i medesimi: a marzo il gruppo tedesco Munich RE ha annunciato che terrà 10 milioni di euro praticamente in contanti per non pagare interessi alla Bce ed evitare i rischi di investimenti alternativi. 

“Sotto al materasso”, ovvero: strumenti di liquidità

E’ innegabile che oltre all’immediata disponibilità, il pregio del contante sia infatti la sicurezza, a patto che si adottino tutti gli accorgimenti del caso, i quali alzano un poco il costo di questa opzione. Mai come in questo momento storico – infatti – la gestione della liquidità è divenuta così problematica.

Diversi i fattori sul tavolo. In primis,  le tensioni intorno al sistema bancario italiano che hanno causato pericolose cadute dei valori di mercato con la conseguente perdita di valore nei dossier Titoli dei Risparmiatori, poi le nuove regole sul bail-in introdotte  dalla Ue da inizio gennaio hanno creato un clima di incertezza tra i risparmiatori: l’introduzione del principio secondo il quale, in caso di crisi bancaria,  non paga più lo Stato ma contribuiscono gli stessi azionisti e obbligazionisti. Se si verificasse, tra l’altro, la risoluzione o liquidazione coatta di una Banca possono essere aggrediti anche i depositi oltre i 100mila euro mentre sono sempre fatti salvi quelli inferiori ai 100mila euro.

Il risparmiatore deve per forza di cose valutare con estrema cura ed attenzione gli indicatori patrimoniali e reddituali del proprio istituto, ma nella sua mente può scattare il timore  che le somme sopra i 100mila euro sono sempre attaccabili, e quelle inferiori ai 100mila lo diverranno.

Da qui la necessità di gestire la liquidità in modo attento. Detenere Etf, fondi e altri strumenti come azioni e bond (a condizioe necessaria che non siano collegati all’istituto bancario oggetto di risoluzione) sul proprio dossier titoli è già uno scudo, e gli stessi strumenti finanziari sono sempre al riparo, ma il panorama in cui investire i propri risparmi è sempre più complesso. “Preferisco la liquidità, almeno non perdo, e sacrifico il rendimento, o “rischio” alla ricerca di un rendimento?” Ecco il quesito che possiamo riscontrare quotidianamente.

Titoli di stato

I rendimenti dei titoli di Stato governativi sono crollati negli ultimi anni, per effetto delle politiche espansive delle banche centrali. Oggi il rendimento del BTp decennale rende poco più dell’1% mentre nel picco della crisi dei debiti sovrani nell’agosto del  2011 era arrivato a superare il 7%. L’ultimo quinquennio è stato un momento storico irripetibile per i possessori di questi titoli con interessanti guadagni in conto capitale.

Se andiamo a valutare il panorama dei rendimenti dell’Area Euro, notiamo che oltre il 25% delle emissioni hanno rendimenti negativi, e quindi oggi più che mai servono professionisti capaci di cogliere le opportunità su un mercato sempre più complesso. 

Diventa così ancora più urgente diversificare un portafoglio secondo criteri oggettivi e considerare la propria liquidità come una sorta di asset class da ridurre o incrementare in base al contesto di mercato. Non ha senso restare completamente liquidi perché si diffida del mercato o del quadro normativo. Vero è che sta salendo la paura tra gli investitori, i quali credono di riconoscere nella liquidità l’unico antidoto possibile.

Aumentano richieste, da parte dei clienti ai consulenti di trasformare parte della proprio liquidità in contante. Una sorta di vero e proprio  ritorno al passato nello stile soldi sotto il materasso o sotto la mattonella. Il contante nei momenti di incertezza affascina, apparentemente fornisce una rassicurazione ma pensare di risolvere il nodo liquidità con le banconote è fuorviante oltre che costoso.

Vi spiego come

Il contante può essere detenuto in casa oppure in banca anche attraverso le cassette di sicurezza, qualora l’importo sia rilevante. Non è una pratica priva di rischio, dato che i massimali di assicurazione standard in caso di furti sono di solito bassi (10-20mila euro) e la loro estensione comporta il pagamento di canoni aggiuntivi che rendono molto onerosa la scelta.

Tale modalità inoltre può creare delle problematiche di tipo fiscale. Nel momento in cui decidessi di usare questa liquidità la legge mi imporrebbe movimenti inferiori a 3mila euro. Potrebbero quindi scattare dei controlli fiscali. Diventa così  opportuno quindi gestire la liquidità in termini finanziari, utilizzando questo canale come una sorta di vaso comunicante: aumentandola nei momenti di incertezza, riducendola quanto si creano opportunità.

Nel 2016,avere un 20% del proprio portafoglio in liquidità non è una scelta scellerata: inoltre in una situazione di deflazione non si riscontra la frenesia di esporsi troppo sul rischio finanziario visto che la liquidità non viene erosa dall’aumento dei prezzi. Bisogna ricordare che  gestire la Liquidità significa gestire strumenti flessibili con orizzonti di tempo molto brevi: da 3 mesi a un anno.

Il consiglio principe è  sempre e comunque  chiedere consigli ad un Professionista, affidarsi e razionalmente individuare tempi e obiettivi è sempre stata la migliore scelta in ogni momento di incertezza.

Sono a vostra disposizione!