Cosa è cambiato nei mercati? Una riflessione

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La paura più grande che influenza oggi il comportamento degli investitori è rappresentato dal settore finanziario, visti anche i continui “crolli” dei mercati azionari.

Negli ultimi mesi l’attenzione si è focalizzata sulla scadente posizione patrimoniale di diversi istituti bancari europei e, in generale, sull’esposizione del comparto sia al rischio di default del segmento high yield che dell’area asiatica.

E’ evidente che le Banche rappresentino  il principale meccanismo di trasmissione del capitale all’economia, per cui ogni eventuale deterioramento della capacità degli istituti creditizi di erogare prestiti determina profonde e gravi ripercussioni sulla domanda in generale.

E’ altresì improbabile il ripetersi di quanto avvenuto nel 2007/2008, ma è comprensibilmente aumentato il rischio che si verifichi un evento negativo di tale devastante gravità.

In queste ultime settimane il sell-off sui mercati del credito ha subito un’accelerazione. Il fenomeno ha coinvolto inizialmente solo l’high yield, segmento che pur costituisce una fetta considerevole dell’universo degli investimenti.

Ora i timori si sono estesi fino a coinvolgere anche le Obbligazioni di qualità superiore.

La violenza e l’ampiezza dell’ondata di vendite sui mercati del credito costituisce la maggior fonte di preoccupazione per gli investitori azionari.

 

Le cause ? Diversissime.

Intanto possiamo individuarne una nel circolo vizioso provocato dal tracollo del prezzo del greggio e le relative conseguenze sia sulla crescita globale che sulla vendita degli asset rischiosi da parte dei Fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio;

Si prosegue con gli elevati livelli d’indebitamento in Asia, che costituiscono un  motivo d’ansia tale da offuscare l’outlook sulla crescita in una fase in cui si sta sviluppando il necessario processo di deleveraging.

La debolezza delle valute dei mercati emergenti nei confronti del dollaro statunitense, inoltre, sta determinando l’aumento dei costi da sostenere per onorare il debito.

Notiamo poi che sia il perdurare delle incertezze sulla conversione dell’economia cinese dal settore manifatturiero ai consumi, sia il rallentamento dell’attività manifatturiera a livello mondiale, sia la crescente percezione di un difficile equilibrio stiano vanificando l’efficacia dei programmi di Quantitative Easing promossi dalle banche centrali, per sostenere la crescita economica e la ripresa dell’inflazione dei prezzi al consumo.

Si verifica poi sempre più spesso il fenomeno dell’illiquidità, fenomeno che implica l’inasprimento dell’impatto sui prezzi provocato da questi timori. La carenza di liquidità è più evidente sui mercati del credito che non su quelli azionari ma è tutt’ora presente in entrambi.

 

Mercati Azionari

Premessa: i  fondamentali del segmento azionario non sono improvvisamente diventati totalmente negativi. Infatti, i mercati azionari sono negoziati al fair value in un’ottica storica, mentre bisogna ribadire che alcuni mercati selezionati presentano opportunità decisamente interessanti.

La politica delle banche centrali rappresenta ancora un valido supporto.

In questo momento si stanno manifestando con veemenza forti  venti contrari alla progressione dei listini.

Nelle ultime settimane la stagione degli utili societari dei mercati “adulti” ha deluso le aspettative, mentre i profitti pubblicati dalle aziende hanno riportato valori inferiori al previsto, introducendo di fatto l’idea che sia in arrivo una decelerazione della domanda, dunque dei profitti medesimi.

Se vogliamo tornare ai fondamentali della finanza, l’Azionista paga per ottenere crescita.  Dunque l’outlook meno ottimistico sui profitti a causa del quadro economico lo induce a mettere in discussione sia le proprie previsioni sugli utili, sia il prezzo da pagare se la crescita rimanesse bassa a lungo o, se per assurdo fosse penalizzata più significativamente dalla crisi del settore finanziario.

Il risultato a oggi è che l’Azionista sta chiedendo un aumento del premio per il rischio (nessuna novità, peraltro). Quindi, a seguito del considerevole ampliamento dei rendimenti dei titoli obbligazionari corporate, il segmento azionario non offre valorizzazioni immediate così appetibili come invece è avvenuto nel corso degli ultimi sei anni.

Situazione di difficile risoluzione nell’immediato, ma abbiamo visto di peggio.

 

Obbligazionario societario

I titoli sovrani dei Paesi sviluppati manifestano generalmente un costo cospicuo,  ma è evidente che, con un’avversione al rischio così alta e in un momento in cui la conservazione del capitale assume assoluta rilevanza rispetto al suo accrescimento, tale comparto esercita attrattive importanti sugli investitori.

 

Debito high yield e investment grade

Da ribadire il fatto che malgrado i recenti “uragani”, sul lungo periodo sia il debito High Yield  sia quello Investment Grade  propongono valorizzazioni interessanti.

Tuttavia, a causa del clima d’incertezza riguardo alla probabilità di default dell’HY in particolare, i rendimenti su un orizzonte di breve periodo sono pressochè impossibili  da stimare.

Possiamo così notare che che alla maggior parte dell’universo Investment Grade  sia stato riservato arbitrariamente la medesima considerazione dell’High Yield, per cui  oggi tale segmento presenta un outlook peggiore rispetto a quello  dei titoli azionari

E’ evidente l’inizio di una fase di  decelerazione ma le valorizzazioni sono in generale favorevoli a un contesto di lungo periodo come dimostrano i tassi d’interesse (cash rate).

Il vero e profondo cambiamento è dato dalla maggiore probabilità di ribassi corposi sui mercati, a volte inspiegabili ex post  e i rischi per i portafogli degli investitori nel breve termine.

 

Il consiglio?

In primis, rivedere i propri orizzonti temporali di investimento e cominciare ad agire sulla Deviazione Standard dei portafogli e sulla “Duration” delle Obbligazioni detenute. Definire nuovamente, se esistente,  la componente valutaria, che spesso costituisce un elemento detonante nei rendimenti dei portafogli. Ultimo, non farsi  cogliere dal Panic Selling e riconoscere che i crolli sono determinati da cause spesso estranee alla Macroeconomia e alla Finanza.